<$BlogRSDURL$>

28.7.04

Un tranquillo lunedì di paura
 
Paura a me evoca una bimba piccola accosciata con le braccia sulla testa, per proteggersi, che piange. È una bimba bruna e inconsolabile. Ha un abitino bianco, da bimba, con una cintura in vita allacciata dietro la schiena. Tutto attorno c'è il buio solcato da lampi di luce sinistra, ma lei non li vede.


21.7.04

Giochino del giovedì 4

Giusto per incasinare un po' la tua numerazione. Io scrivere? Possiedo in effetti la necessaria competenza artigianale (so ancora scrivere a mano, quanti con me?) e tecnologica (riesco a scrivere anche al computer). Altro, non so. C0munque grazie. Se preferisci, potremmo pubblicare un libro in cui le poesie sono tue, ma la firma sul frontespizio è mia. Se diventa il caso letterario del mese, sveliamo la verità (nude:-)), altrimenti nessuno saprà mai che sei la madre di quei testi.

Sembra impossibile sapere chi è l'autore della poesia con il whirl, insomma. Allora lo siamo tutte.
Sono d'accordo con te: le donne hanno una voce in questa cultura? Il quesito non a caso sorge in relazione al testo in questione, che ha due voci/tempi/momenti. Seguendo strettamente la tua analisi al paragrafo Giochino del giovedì 3  propongo queste serie di opposti:

ieri/a distant voice singing soundshades/luce (giorno)
si contrappone a
oggi/the whispering trees/sonno (notte)

Ieri qualcuno cantava, ma oggi tutto sembra tacere; ci sono soltanto alberi (fantasma) che sussurrano. Credo che la nostalgia che traspare dai versi sia nostalgia di una voce propria, che culturalmente oggi non c'è, e bisogna trovare. Dove? Di notte, nei sogni, fuori dal whirl of the days che consuma tutto, fuori dai ricordi (costrutti culturali, inevitabilmente), in un tempo eterno che è quello delle donne, antistorico, ciclico, eterno, notturno, silenzioso, pieno di fantasmi.

Sono una vecchia hippy nata in ritardo, cosa ci vuoi fare?

Da qualche parte, in qualche modo, questa sfera femminile torna in superficie e parla. In un vecchio film di Peter Greenaaway, Prospero's Book,  giusto all'inizio, c'è una scena che è rimasta particolarmente vivida nella mia memoria. Prospero, un vecchio canuto, siede sul bordo del letto in cui dorme sua figlia, Miranda, e racconta ad alta voce la storia della sua fuga da Milano assieme alla famiglia. Miranda si agita nel sonno, muta. 

Nel testo originale questa scena è un dialogo fra padre e figlia, ma l'interpretazione di Greenaway colpisce al cuore della questione. Non sapremo mai la versione di Miranda del fortunoso viaggio per mare. La sorella di Shakespeare immaginata dalla Woolf (forse la più grande scrittrice modernista) non è mai esistita; tutto quello che abbiamo è la storia, i ricordi di Prospero.

Giochino del mercoledì: cosa dice Prospero? Scriviamo la versione di Miranda. All'inizio della Tempesta Prospero, smessi i panni del mago, svela alla figlia le sue nobili origini. Nel breve passo che segue egli descrive come il fratello cattivo lo abbia rapito nottetempo e lasciato su un guscio in mezzo al mare con la figlioletta di appena tre anni, nella tempesta:

  PROSPERO. ... 
    In few, they hurried us aboard a bark;
    Bore us some leagues to sea, where they prepared
    A rotten carcass of a butt, not rigg'd,
    Nor tackle, sail, nor mast; the very rats
    Instinctively have quit it. There they hoist us,
    To cry to th' sea, that roar'd to us; to sigh
    To th' winds, whose pity, sighing back again,
    Did us but loving wrong.

Di lei dice soltanto che, nel tumulto del mare, gli sorrideva angelica, con una forza che doveva essere divina. Alla fine del suo racconto, Prospero si congeda dalla figlia per dedicarsi ai suoi piani nei confronti dei naufraghi appena giunti alla sua isola, il che include l'uso di molta magia; e la addormenta:

    Here cease more questions;
    Thou art inclin'd to sleep; 'tis a good dullness, 
    And give it way. I know thou canst not choose.
                                                [MIRANDA sleeps]   

Sorrideva angelica? Forza divina?

14.7.04

Scoop/1: la poesia della Seppia non è della Seppia!

Ad un certo punto della mia vita poetica (un'esistenza parallela intermittente) il whirl ha assunto il significato di "vortice del tempo che si rinchiude su se stesso, imprigionandomi nel passato". E' stato molti anni fa, ed ha coinciso con il momento in cui mi sono resa conto che ero intrappolata nel mio passato. Gradualmente è emerso il passato di generazioni di sofferenza e solitudine, che ho ereditato, che sto scontando.

Dovrei provare a scrivere di nuovo per verificare l'evoluzione del significato di whirl, stare a sentire cos'ha da dirmi il mio alter ego poetico (mi fa un po' sorridere pensare a me stessa come una donna che scrive, ma così è, a volte, raramente). Il mio io diurno, la mia testa, mi dice che oggi whirl significa "spirale aperta", il tempo infine va avanti, indipendentemente da me. Non c'è nessun incantesimo, il mondo non si è fermato... le rughe si moltiplicano, ma anche il passato si allontana, gli spettri scompaiono a poco a poco lasciando la scena a me. Alla mia voce.

Tornando più strettamente a parlare della poesia che della Seppia non è, al verso 11 il whirl consuma i ricordi, e sulla base della mia attuale percezione del tempo (che ho cercato confusamente di suggerire nei due paragrafi precedenti) questo indica che l'io narrante si sta... allontanando dal suo passato. Lo sta perdendo? Il passato sta perdendo la presa sulla voce che parla nella poesia, e la voce si sta liberando dello sguardo mortifero in un sonno che, proprio simmetricamente al sonno della ragione che genera i mostri, genera spiriti danzanti.

La ripresa del ricordo mortifero alla fine della poesia assume un forte significato di distanziamento ai miei occhi: è come se l'evento traumatico avvenuto nel passato fosse stato in qualche modo circoscritto, forse esorcizzato, dalla consapevolezza che c'è un altra dimensione aoltre allo sguardo e alla veglia: il sentire, il sonno, il sogno dell'Altro.

Chi ha scritto la poesia? Un uomo?

Scoop/2:Michela Cescon è una brava attrice!

Ieri sera sono andata a vedere lo spettacolo di Michela Cescon, Giulietta, tratto da un racconto di Federico Fellini (legato alla genesi del film Giulietta degli spiriti). E' un monologo con una trama molto semplice: Giulietta scopre con molto dolore che il marito la tradisce, e racconta la storia della sua vita fino a questo evento intimo ma non per questo meno drammatico.

La Cescon è la protagonista del film Primo amore, un film italiano sull'ossessione (l'ossessione d'amore, l'ossessione per il cibo) un po' meccanico nel suo svolgersi, un po' scontato, ma interessante proprio per la presenza dell'attrice veneta.

L'attrice aveva il microfono perché si era all'aperto, ma malgrado questo lo spettacolo mi è piaciuto e mi sento di consigliarlo. La Cescon ha molte voci. L'amica con cui ero non l'ha apprezzata quanto me, l'ha sentita un po' fredda, troppo tecnica; io credo di averne ammirato il coraggio di stare sola su un palcoscenico popolato di pupazzi.

11.7.04

November nel cuore

Questo è un commento alla poesia della Seppia pubblicata giovedì 20 giugno 2004.
Io e la Seppia abbiamo una vera passione per la critica letteraria. Una volta il mio amico O., che di mestiere fa il critico musicale, mi disse che chi non sa fare, critica. Non so se sia vero. A me pare che la Seppia oltre a criticare sappia anche scrivere; in ogni caso, assumiamo che la sua poesia sia un'opera d'arte. Quel che segue è un commento da maestrina arcigna, un po' strutturalista un po' decostruzionista un po'minestrone (il commento) a questo testo artistico.

Chi parla nel testo artistico? L'io, come diceva Freud? Un altro, come diceva Rimbaud (morto dopo l'Africa di cancro al ginocchio)? La parola, come diceva Sartre?

Non sapendo di chi si tratta, chiameremo questa voce "Seppia", perché parla attraverso di lei. Il commento è una risposta a "Seppia", dunque, d'ora in poi senza virgolette per comodità.

Ci sono due tempi nella poesia, un passato e un presente, e c'è un movimento dall'uno all'altro, in quest'ordine. Ho diviso i termini afferenti ai due tempi presenti nella poesia in due liste simmetriche. Qui non sono riuscita a pubblicare una tabella, quindi dò le due liste in ordine una dopo l'altra.
Ecco come si connota "ieri" (negazione, polo negativo):

ieri
darkness
awake
sad eyes
glance (l'atto di guardare e l'istante in cui avviene)
candle (la candela è spenta: la fiamma è immobile, non danza più; è un simbolo di morte)
silence

ed ecco "oggi" (movimento, polo positivo):

today
colours
sleep
don't see
listen to your dreams (l'atto di sentire e il suo oggetto: i sogni)
trees, dance, garden (simboli di vita in movimento)
whisper

Queste coppie di opposti vanno da "ieri" a "oggi" grazie al flusso dei giorni (whirl of the days), vitale caos in eterno movimento, e ai ricordi (memories). "Oggi" la Seppia si intravede fra gli alberi come una figura vaga (fleeting ghost), in danzante mutamento (il movimento appartiene al polo positivo del lessico della poesia, alla vita e alla luce che illumina i colori).

All'inizio e alla fine del testo c'è un'altra figura, più complessa e di difficile identificazione. E' solo una suggestione uditiva, "a distant voice singing", connotata in maniera ambigua:

a distant voice singing
sta in penombra (all'inizio la candela è ancora accesa) e poi cade nel buio
è un voce che canta (quindi ben lontana dal silenzio, e assai più di un semplice sussurro)
è distante

Chi è che canta? Forse ci sono due voci: quella all'inizio, che sta nel passato, e quella alla fine, che va verso il futuro; forse il ghost danza dalla vecchia voce alla nuova, allacciato agli alberi che stormiscono e ai suoi sogni (trees, dreams); forse la voce che canta è un ideale, un modello cui si tende, e forse questo ideale sta cambiando, sta migrando dal polo negativo a quello positivo.

Sembra che il cambiamento possa avvenire solo in sogno, nella sfera più intima, oscura e autonoma della Seppia (e forse di tutti). Il sogno appartiene infatti al polo positivo, lontano dallo sguardo assassino. Ricordo vagamente che Lacan, parlando della fase dello specchio nel bambino, faceva un gioco di parole fra l'heure du moi e leurre du moi (l'inganno dell'io), connotando in senso ambiguo lo sguardo come strumento di conoscenza di sé. Cosa vediamo quando ci guardiamo? Cosa vedono gli altri? Quanto e come ci influenza il loro sguardo?

Specchio, specchio delle mie brame... dimmi chi è la più bella del reame...

Lo spettro mi ricorda anche il demon lover della poesia romantica dell'Ottocento inglese, ovviamente, immortalato in tante poesie (e più di recente in una canzone di Mike Oldfield). In sogno spesso vediamo noi stessi come qualcun altro, o come noi stessi più qualcun altro. Ci sono allora due figure ideali nella poesia: la figura che danza e la figura che canta. O sono/saranno la stessa?

Se ti guardi nel mio specchio, Seppia, vedrai uno spettro che danza fra gli alberi e aspetta il momento di cantare con la sua voce.

This page is powered by Blogger. Isn't yours?