<$BlogRSDURL$>

9.3.06

Berardinelli su "Il Gattopardo". Appunti disordinati su una tesi di teoria del romanzo.

Martedì scorso ho sentito Alfonso Berardinelli parlare del Gattopardo (all'interno di un ciclo di conferenze dedicate al rapporto fra cinema e letteratura in Luchino Visconti). Si era al teatro dei Filodrammatici, dove val sempre la pena andare anche solo per l'architettura. Credo che Berardinelli non abbia presentato concetti nuovissimi né rispetto al suo pensiero né rispetto alla critica sul libro di Tomasi di Lampedusa, presentato ancora una volta come esempio di ritorno alla forma classica del romanzo dopo la rottura primo novecentesca ad opera dei grandi scrittori francesi e inglesi. (Quello che mi ha sempre colpito della rivoluzione operata nel romanzo moderno durante la Belle Epoque è il concentrarsi dei romanzi modernisti negli anni '10 dello scorso secolo, appena prima della guerra mondiale: una rottura stilistica che rispecchia le lacerazioni ben più concreta dei corpi nelle trincee?)

Berardinelli dicevo parla del libro "Il Gattopardo" come di un romanzo classico: con una trama lineare, e soprattutto con un personaggio principale, il Gattopardo, che si inserisce nella tradizione dei protagonisti enormi e debordanti - come Don Chisciotte - all'origine della forma romanzo. Crede fermamente che la comparsa del protagonista che giganteggia nella narrazione sia inscindibile dall'ascesa del romanzo, legato alla scelta di un punto di vista unico e unificante attorno a cui si coagulano i momenti di riflessione filosofica (mi viene in mente "La philosopie dans le boudouir" di Sade). Per contrasto, l'avanzamento dell'azione nel romanzo avviene per quadri staccati, non tanto grazie alle azioni compiute dal protagonista, quanto alla galleria di personaggi che incontra.

La tesi di Berardinelli è pertanto storicistica: il risorgere della forma classica del romanzo in Tomasi di Lampedusa è legata alla forza intrinseca della struttura del romanzo, inteso come paradigma che, una volta comparso, può sì essere forzato e sfilacciarsi, ma non scomparire.
Quest'idea di un fluire della forma romanzo fra tradizione e innovazione (fra linearità e flusso di coscienza) non tanto legata agli autori (come voleva T. S. Eliot) quanto alla forma in sé e per sé per me si lega alla funzione emotiva che il romanzo ha nei confronti del lettore. Il racconto delle vicende di un protagonista che riflette su tanti temi di attualità soddisfa il bisogno di trovare nel testo uno specchio del proprio sé, delle proprie passioni e del presente. L'identificazione o il distanziamento sono possibili soltanto se il personaggio (e le istanze che porta nel romanzo) è chiaramente riconoscibile. L'esplosione del punto di vista è, a lungo andare, insostenibile per la forma romanzo, che tende a esplodere con esso e a dissolversi in altre forme narrative (il pastiche, la parodia).

Durante la serata sono state proiettate tre sequenze del film, in cui il principe ha chiaramente il ruolo di catalizzatore delle tematiche filosofiche e politiche del libro: in tutte ascolta in silenzio o quasi l'interlocutore di turno (Tancredi, poi il fattore, poi il futuro consuocero) dar voce alle loro aspirazioni e alle loro passioni. Soltanto nella terza (il famoso ballo) il Gattopardo fa una riflessione a voce alta, e non a caso parla della morte - immagina la sua morte e le reazioni che susciterà negli altri membri della famiglia guardando il quadro appeso nel salottino in cui si è rifugiato mentre nel salone si balla.

Comments: Posta un commento

This page is powered by Blogger. Isn't yours?