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21.10.05

Cent'anni di solitudine

Nel 1984 ho letto Cent'anni di solitudine grazie alla segnalazione della prof di italiano (facevo la prima liceo). Credo che Garcia Marquez abbia vinto il premio Nobel per la letteratura più o meno a quell'epoca. (Devo alla stessa prof, che pure non mi ispirava simpatia, anche la scoperta di Jorge Luis Borges, l'unico scrittore che rileggo costantemente assieme a Shakespeare).
Nella serie interminabile di personaggi che animano il libro c'è una bambina, non ricordo il nome, che porta sempre con se un sacchetto in cui custodisce le ossa dei suoi morti. Le ossa schioccano urtandosi fra loro quando cammina, e il rumore la accompagna dovunque.
Questa bimba schiacciata sotto un peso insopportabile e incomprensibile mi è venuta in mente stasera pensando alle scuse e all'autocommiserazione che accompagnano da anni la mia incapacità di laurearmi. Non ho il coraggio di aprire il sacchetto delle ossa.
Cloc, cloc, cloc.

Comments:
Cloc Cloc Cloc... Il rumore. O la memoria della voce. Il punto non è tanto il sacchetttino delle ossa ma... che forse non ci hanno insegnato a conviverci, con quel rumore, ad accettarlo come una parte della vita, come una cosa che passa, come tutto, passa, e se lo lasciamo passare non ci impedisce di essere. Ci vuole molta grazia, molto tatto, molto tempo... perché di fatto quella che porta il sacchetto è ancora una bambina,a dispetto delle nostre età. Ed è lei che dobbiamo accogliere e far crescere, con noi. Tutto qui? Eh, già, tutto qui... UnaSeppiaUmbratile
 
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