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28.4.04

Il Vangelo secondo Matteo

Domenica sera sono andata a Milano all'Odeon (un cinema del circuito Medusa) a vedere il recentemente restaurato "Vangelo secondo Matteo" di Pasolini. Da agnostica, ma in compagnia del mio gnostico ex-fidanzato, un'esperienza interessante: io piangevo commossa dall'autoconsacrazione in senso cristologico del regista successivamente finito male, e lui niente, nemmeno una lacrima per il soggetto della pellicola. Boh.

La notizia del restauro del film è stata annunciata dal TG3 della Lombardia, Milano conta milioni di abitanti, eppure in sala c'eravamo in 30. "The Passion" (ho letto voci sull'appartenenza di Gibson a una setta) ha fatto incassi da capogiro. Boh.

Un effetto positivo il blockbuster ce l'ha avuto, ed è stata appunto la distribuzione del vecchio film in bianco e nero di Pasolini in alcune sale (Mediaset). Ambientato a Matera, mostra veri pastori nella parte dei pastori che compaiono nel testo bliblico, e li lascia parlare in dialetto. Parlano anche i loro volti, le loro rughe, nei molti primi piani del film. Gesù declama (spesso urla) brani del Vangelo, soprattutto guardando la telecamera. Naturalmente il principale commento musicale è affidato alle note di uno dei temi più struggenti della "Passione secondo Matteo" di Bach.

Accanto a me c'erano due ragazze più o meno ventenni, una aveva visto il film di Gibson e ne raccontava all'altra la violenza splatter. Mi sarebbe piaciuto chiedergli come mai sapevano di Pasolini: studentesse di storia del cinema? Semplici curiose? Avevano chiesto alla mamma (erano con una donna più anziana)? Qualcuno si ricorda ancora il passato in questo paese?

Anche M. ha visto "The Passion" e lo ha definito "storicamente attendibile". Questo è un argomento che ho sentito da molti: la violenza nel film è giustificata dalla violenza praticata in quelle epoche contro i deboli, i prigionieri, i condannati. Quando gli ho chiesto il suo parere sulla famosa scena della fustigazione (che il mio amico O., giornalista, ha definito "un potenziale classico per sadici"), M. ha ammesso che è lunga e ingiustificatamente insopportabile per lo spettatore, ma che probabilmente duemila anni fa una fustigazione sarebbe durata anche più a lungo, quindi dal punto di vista documentaristico che si ascrive al film avrebbe dovuto durare anche più a lungo. Il che mi ha confermato nella mia risoluzione di non vedere il film (presa originariamente per non supportare la setta di cui si dice Gibson sia un adepto).

La violenza sullo schermo viene giustificata chiamandola "storia". I telegiornali descrivono quasi nei dettagli cosa succede alle vittime dei pedofili in nome della "verità". Gli spettacoli televisivi cloni del "Grande Fratello" portano sullo schermo una violenza a volte addirittura fisica (mi raccontano che alla "Fattoria" ci si picchia... a suon di pugni!) e comunque sempre psicologica, e le danno il nome di "realtà". I mass media puntano a una ridefinizione delle parole in termini di violenza e sopraffazione, aspetto ormai solo di vedere quale sarà la prossima parola, visto che di una nuova tendenza non mi sembra ci sia nessuna speranza... (o Orwell, piango la tua anima senza pace...)

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