24.3.04
L'ombelico del mondo...
Per G. in pianura
... oltre che in una canzone di Jovanotti stava a Delphi, se non ricordo male. All'ingresso del tempio stava scritto "Gnosce te ipsum", conosci te stesso; non ricordo più le parole esatte in greco, è passato molto tempo da quando vissi laggiù...
Nell'avvio di uno dei suoi racconti più emblematici, La lotteria a Babilonia, J. L. Borges prende in giro chi (come M.) crede nella metempsicosi inventando un personaggio che, grazie al meccanismo scientificamente casuale che regola il passaggio da una classe all'altra a Babilonia (non sono del tutto certa che si tratti di Babilonia, c'è nella mia testa un'interferenza con Babele), può affermare di aver vissuto mille vite in una, senza dover attendere tante dolorose rinascite.
M. guarda il proprio ombelico senza vedere tutti i meravigliosi uomini che vi albergano, desiderosi soltanto di uscire fuori. Forse nessuno di noi riesce a dare la stura davvero ai propri mille volti; forse M. per me rappresenta alla massima potenza questo fallimento e forse per questo mi fa tanto soffrire.
(Questo paragrafo è debitore a J. L. Borges due volte: c'è un altro racconto sottostante, in cui si narra di un greco che tanti anni prima aveva scritto un poema, di cui ricordava soltanto un verso, un verso su un cane fedele ma cieco, Argo...)
Per G. in pianura
... oltre che in una canzone di Jovanotti stava a Delphi, se non ricordo male. All'ingresso del tempio stava scritto "Gnosce te ipsum", conosci te stesso; non ricordo più le parole esatte in greco, è passato molto tempo da quando vissi laggiù...
Nell'avvio di uno dei suoi racconti più emblematici, La lotteria a Babilonia, J. L. Borges prende in giro chi (come M.) crede nella metempsicosi inventando un personaggio che, grazie al meccanismo scientificamente casuale che regola il passaggio da una classe all'altra a Babilonia (non sono del tutto certa che si tratti di Babilonia, c'è nella mia testa un'interferenza con Babele), può affermare di aver vissuto mille vite in una, senza dover attendere tante dolorose rinascite.
M. guarda il proprio ombelico senza vedere tutti i meravigliosi uomini che vi albergano, desiderosi soltanto di uscire fuori. Forse nessuno di noi riesce a dare la stura davvero ai propri mille volti; forse M. per me rappresenta alla massima potenza questo fallimento e forse per questo mi fa tanto soffrire.
(Questo paragrafo è debitore a J. L. Borges due volte: c'è un altro racconto sottostante, in cui si narra di un greco che tanti anni prima aveva scritto un poema, di cui ricordava soltanto un verso, un verso su un cane fedele ma cieco, Argo...)
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